La mancata previsione del consueto finanziamento triennale a Radio Radicale nella Legge di Bilancio 2026 segna una discontinuità che, al netto delle reazioni politiche e sindacali, impone una riflessione non più rinviabile.
Dopo oltre trent’anni di convenzione con lo Stato, il sostegno pubblico alla storica emittente non è stato rinnovato, aprendo uno scenario inedito per una radio che rappresenta – comunque la si guardi – un unicum nel panorama radiotelevisivo italiano.
Così qualcuno parla già di un piano B che prevederebbe la cessione della concessione FM (finché vale ancora qualcosa) con relativo reticolo di impianti di diffusione e collegamento e la continuazione dell’attività solo in digitale (DAB+/IP), mentre il sostegno pubblico potrebbe essere rinnovato limitatamente alla conclusione del processo di digitalizzazione dell’enorme (ed importantissimo, sul piano storico) archivio. Voci, beninteso; che però, nel complicato contesto particolare (di Radio Radicale) e generale (della radiofonia, in trasformazione soprattutto quanto a modalità di distribuzione) hanno una loro logica.
Sintesi
La mancata conferma del finanziamento triennale a Radio Radicale nella Legge di Bilancio 2026 segna una rottura storica dopo oltre trent’anni di convenzione con lo Stato.
Il tema, riemerso con forza ad inizio 2026, va oltre il piano simbolico ed investe profili strutturali, tecnologici ed economici.
La diffusione in FM dei lavori parlamentari appare oggi una duplicazione di un servizio già svolto (seppur non capillarmente, in analogico) dalla rete pubblica GR Parlamento.
Tuttavia, la copertura (come detto incompleta) in FM perde peso in un contesto dominato da IP e DAB+, accessibili (quantomeno per il primo vettore) alla quasi totalità della popolazione.
Continuare a finanziare due reti analogiche parallele risulta quindi sempre meno giustificabile.
Più coerente sarebbe concentrare il sostegno pubblico sulla digitalizzazione dell’archivio storico di Radio Radicale, quello sì unico, anche se si tratta di un processo che deve avere necessariamente un inizio ed una fine.
Allo stato, il nodo centrale resta la sostenibilità economica della rete FM nazionale, costosa ma ancora valorizzabile sul mercato.
Una sua cessione potrebbe, infatti, liberare risorse per proseguire l’attività editoriale in digitale.
La fine del finanziamento, quindi, non implica necessariamente la fine della radio, quanto un cambio di modello.
Il caso apre una riflessione più ampia sull’uso delle risorse pubbliche nell’era post-analogica.
Salto Radicale
Le prese di posizione arrivate a inizio gennaio 2026, dalla denuncia del “salto” del finanziamento (circa 10 milioni annui per la trasmissione delle sedute parlamentari e la digitalizzazione dell’archivio che affonda le sue radici negli anni ’70 della storia italiana) alle preoccupazioni espresse da federazioni giornalistiche ed associazioni di categoria, hanno riportato il tema al centro del dibattito pubblico.
Ma il punto non è solo politico o simbolico: è strutturale, tecnologico ed economico.
Un servizio pubblico duplicato nell’era DAB+ e IP
La prima questione riguarda il senso stesso del finanziamento pubblico, oggi, di un servizio di diffusione in FM dei lavori parlamentari. Lo Stato già svolge questa funzione attraverso la rete RAI GR Parlamento, che garantisce la copertura delle attività di Camera e Senato. È vero che la distribuzione in FM di GR Parlamento non è capillare sull’intero territorio nazionale; ma è altrettanto indiscutibile che il contesto di fruizione è radicalmente cambiato negli ultimi dieci anni (con una accelerazione enorme nel triennio passato).
GR Parlamento sempre rimasta a metà del guado
Per dovere di analisi storica, anzitutto, va detto che la ragione dello stop a metà guado della distribuzione FM di GR Parlamento va fatto risalire al 1997, quando l’esecutivo guidato da Romano Prodi decise di non confermare la convenzione con Radio Radicale. Contro quella scelta fece seguito un intervento autorevole del mondo istituzionale e culturale italiano.
Il congelamento della previsione della L. 223/1990
Personalità di spicco come Norberto Bobbio e Carlo Bo, insieme ai senatori a vita ed a numerosi ex presidenti della Corte costituzionale, sollecitarono il governo a superare i vincoli previsti dalla legge Mammì, rinviando l’attivazione della rete parlamentare della RAI (GR Parlamento, prevista dalla L. 223/1990), prorogando per un ulteriore triennio l’accordo con Radio Radicale. E prevedendo, alla successiva scadenza, l’assegnazione del servizio tramite una procedura competitiva.
Quasi 30 anni di duplicazione dei costi pubblici
Propositi mai convertiti in provvedimenti cogenti, con l’effetto di una duplicazione di servizi in FM e relativi costi per lo Stato lungo quasi 30 anni.
Ma oggi ha ancora senso?
Tuttavia, nel 2026 l’accesso ai contenuti IP è sostanzialmente universale: smartphone, smart speaker, smart tv, pc, tablet, autoradio connesse (che raggiungono l’89% della popolazione italiana) mentre quello DAB+ cresce al punto che per la prima volta è stata prevista la dismissione volontaria di frequenze FM.
I lavori parlamentari possono essere seguiti da quasi il 94% degli italiani anche senza FM
Ciò rende sostanzialmente l’ascolto dei lavori parlamentari possibile ovunque, anche nelle aree non servite dalla modulazione di frequenza (il 93,4% delle famiglie italiane con persone tra 16 e 74 anni ha accesso a contenuti IP). In questo scenario, diventa sempre più difficile giustificare la duplicazione di costi pubblici per garantire in FM un servizio che lo Stato già produce e che può essere seguito agevolmente in digitale.
Meglio sostenere la digitalizzazione dell’archivio di Radio Radicale che la diffusione dei lavori parlamentari tramite la stessa
La domanda, dunque, non è se Radio Radicale abbia svolto storicamente una funzione di rilievo (circostanza indiscutibile), ma se abbia ancora senso, oggi, sovvenzionare con risorse pubbliche una distribuzione analogica quando le alternative digitali sono pienamente mature e diffuse. Semmai ad avere un senso meritevole di sostegno pubblico è la seconda ragione dei sovvenzionamenti sin qui rilasciati alla società Centro di Produzione: la digitalizzazione dell’archivio digitale (che però non può essere un’opera infinita e quindi come ha avuto un inizio, deve avere un termine).
La questione della copertura: un argomento sempre meno convincente
Non è un caso che uno degli argomenti più ricorrenti esposti a favore del finanziamento a Radio Radicale è sin qui stato quello della copertura lacunosa di GR Parlamento in FM. Oggi, però, questa giustificazione appare progressivamente indebolita dall’evoluzione tecnologica: è difficile sostenere che nel 2026 esistano ancora porzioni significative di popolazione realmente impossibilitate a seguire i lavori parlamentari se non attraverso due reti FM parallele, entrambe finanziate dallo Stato.
Il vero problema
La realtà è che il problema non è più l’accesso all’informazione parlamentare, bensì il modello di distribuzione scelto. Continuare a ragionare in termini di copertura analogica rischia di essere un retaggio di un’epoca superata, mentre il dibattito dovrebbe spostarsi sulla razionalizzazione delle risorse pubbliche e sull’efficienza dei mezzi utilizzati.
Radio Radicale oltre il Parlamento: funzione editoriale o nodo economico?
Resta il tema del ruolo più ampio di Radio Radicale, che non si esaurisce nella mera trasmissione dei lavori parlamentari. Archivio storico, informazione, copertura di congressi politici, attività culturali e documentali hanno rappresentato negli anni un valore riconosciuto anche dai critici del modello di finanziamento.
Il nodo eluso
Tuttavia, è proprio qui che emerge un nodo spesso eluso: la sostenibilità economica. La società Centro di Produzione, è proprietaria di una concessione per l’esercizio di una rete FM nazionale che oggi costituisce un asset ancora rilevante, ma anche costoso. Finché la rete analogica conserva un (seppur fortemente ridotto) valore di mercato, la sua eventuale cessione potrebbe rappresentare una leva strategica.
L’interesse di Angelucci alla concessione FM di Radio Radicale
La vendita della concessione e della rete FM – che pare interessi, per esempio, all’imprenditore/editore Antonio Angelucci, proprietario del Gruppo San Raffaele, di numerose cliniche private, e, tramite la Tosinvest, dei quotidiani Il Tempo, Libero e il Giornale, per farci ovviamente un prodotto editoriale sotto diverso nome (vista la differente area politica di riferimento), dopo l’infruttuoso tentativo di acquisire Radio Capital da GEDI -, potrebbe quindi essere un piano B che in caso di assenza di soccorso istituzionale, consentirebbe di liberare risorse significative e di abbattere costi strutturali elevati.
Un futuro (solo) digitale
Permettendo, così, a Radio Radicale di proseguire la propria attività editoriale su piattaforme digitali – DAB+ e IP – dove i costi di distribuzione sono sensibilmente inferiori e più coerenti con le modalità di fruizione contemporanee.
Dalla rendita pubblica a un modello sostenibile
In questa prospettiva, la fine del finanziamento pubblico non sarebbe necessariamente “la fine di Radio Radicale”, ma potrebbe diventare l’occasione per una trasformazione profonda. Un passaggio da un modello basato su una rendita pubblica storicizzata ad uno più snello, digitale e sostenibile, eventualmente supportato da forme diverse di supporto: convenzioni mirate, contributi a progetto, partnership istituzionali, fondazioni o accesso a bandi per la digitalizzazione e la conservazione degli archivi.
Transizione non certo indolore, né immediata. Ma possibile
È evidente che una simile transizione non sarebbe indolore, né immediata. Ma è altrettanto evidente che il mantenimento indefinito di un finanziamento per una rete FM nazionale appare sempre più difficile da difendere, sia sul piano economico che politico.
Una questione che va oltre Radio Radicale
Peraltro, il caso Radio Radicale va letto come un segnale più ampio: non riguarda solo una singola emittente, ma il rapporto tra Stato, servizio pubblico, tecnologie di diffusione e uso delle risorse collettive. Nel 2026, continuare a finanziare duplicazioni analogiche mentre il digitale è ormai la norma rischia di apparire anacronistico.
La vera domanda
La vera domanda, dunque, non è se “Radio Radicale debba essere spenta”, come temono alcuni osservatori, ma se sia giunto il momento di accompagnarla – finalmente – fuori da un’eccezione storica e dentro un modello coerente con il presente. Perché la memoria, l’informazione e il pluralismo possono e devono sopravvivere; ma non necessariamente nelle forme, e con i costi, del passato. (M.L. per NL)











































