Tv. Lo streaming on demand diventa di massa. E manda in pensione anzitempo l’HD broadcasting (quello vero) che è ormai privo di interesse

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L’alta qualità video dello streaming on demand degli OTT è una delle motivazioni del suo successo? Sembrerebbe di sì, se è vero che sta rendendo anacronistico l’HD (quello vero, beninteso) del broadcasting. Così come sta introducendo riflessioni sulle logiche di identificazione dei canali che nella nuova tv non trovano ragione. Come il logo on-screen.

Il 2020 fortunato di Netflix

Il 2020 è stato l’anno in cui Netflix ha raddoppiato gli utenti in Italia. Sperimentiamo quotidianamente la sua presenza sentendo i commenti sulle sue proposte. Presenza che appare sempre più problematica per la tv lineare.

Le motivazioni del successo

Ma siamo sicuri che a spingere verso lo streaming on demand sia solo la possibilità di scegliere, a poco prezzo, quando guardare quello che vogliamo all’interno di una offerta sterminata senza pubblicità? Quanto potrebbe pesare invece (magari anche inconsciamente) l’elevata qualità delle immagini?

Gli Over The Top

Da alcuni anni ormai i fornitori di contenuti Over The Top (OTT), quelli che bypassano gli intermediari nella catena tradizionale della distribuzione dei contenuti (quali RAI, Mediaset, Sky, ecc.), stanno sottraendo quote di mercato agli operatori multimediali classici.

Il primo OTT

Il primo esempio di OTT è stato Netflix, a cui si sono presto affiancati Amazon Prime, Disney+ e, man mano, tanti altri streaming on demand player.

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Raddoppio di utenti nel 2020 per Netflix

In Italia, la sola Netflix contava 4.6 milioni di abbonati nel 2020. Utenti che erano raddoppiati dall’anno precedente e che diventeranno 7 milioni di abbonati forse già dalla fine dell’anno prossimo.

L’incognita del quanto usano quanti

Non sono invece disponibili dati su quanto questi utenti utilizzino la piattaforma. Tuttavia, a giudicare dal passa parola sui nuovi titoli che sperimentiamo qutodianamente nella cerchia di amici, s’ipotizza che sia un numero non trascurabile.

Cosa attira di più? La possibilità di guardare quando si vuole, l’assenza della pubblicità o la qualità video?

Questa crescita è giustificata in termini di libreria di programmi, di possibilità di fruizione on demand e di mancanza di pubblicità. Tuttavia, vorremmo qui affrontare la questione da un’altra visuala: quella della qualità delle immagini.

Il cambiamento tecnologico

In soli quindici anni, le famiglie italiane sono passate dall’utilizzo di terminali quali il classico TV a tubo catodico Mivar (26 o 32 pollici) ai primi schermi LCD (mediamente 32 /42 pollici). Per arrivare ai nuovi pannelli HDR, spesso in tecnologia OLED  (55 o più pollici). Questi ultimi pannelli stanno gradualmente abituando il pubblico a immagini di elevata qualità. E, per contro, stanno mettendo in evidenza i limiti della tv lineare DTT, considerato che su uno schermo di maggiori dimensioni aumentano anche le imperfezioni visive.

La qualità OLED

Tutti coloro che hanno uno schermo OLED si saranno resi conte che alcune serie, quali The Queen’s Gambit, Timeless, Marvelous mrs. Maison (per fare solo alcuni nomi) hanno una marcia in più. E non parliamo solo dei pixel, il famoso 4k: l’esperienza di visione è in tutto e per tutto cinematografica.

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L’HD dei broadcaster appare anacronistico

È una cosa che spesso viene percepita in modo subliminale, senza rendersene conto chiaramente. Ma è una proprietà che rende la visione particolarmente appagante. Facendo sembrare quasi anacronistiche le immagini – anche se in HD – dei broadcaster tradizionali.

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Quali le cause?

Riteniamo che sia il risultato di un’attenzione alla qualità lungo tutta la catena del valore.

La filiera della qualità

Si parte dalla creazione del  contenuto.
Per Queen’s Gambit, Netflix ha richiesto riprese in qualità 8K (35 megapixel) con una camera allo stato dell’arte (Red  Ranger Monstro) dotata di un sensore di dimensioni quasi doppie rispetto alla pellicola cinematografica 35mm e di lenti Zeiss.

Color-grading

Il tutto è stato successivamente sottoposto ad un color-grading maniacale. Con tanto di evoluzione dei colori nell’arco temporale della storia raccotata (dagli anni ’50 agli anni ’60). Per un’analisi di questo aspetto rimandiamo a questo video.

Encoding per titolo

Ma tutto questo sarebbe vanificato se la piattaforma non effettuasse un encoding digitale adeguato che Netflix effettua per titolo. In sostanza, ciascun episodio di ciascuna serie è analizzato per ricavarne le principali caratteristiche visuali e deciderne il trattamento con l’aiuto di modelli di visione umana supportati da Intelligenza Artificiale. 

Encoding device specific

Per ciascun titolo, infine, sono effettuati numerosi encoding device specific, per potere inviare ai singoli apparati di riproduzione (TV, tablet etc) il flusso ottimale. Anche in base all’effettivo bit-rate utilizzabile nello specifico momento della fruizione.

HDR

Non è infine raro che il contenuto sia in HDR, cioè 10 bit/pixel (ogni pixel dell’immagine può riprodurre circa un miliardo di differenti sfumature di colore contro i 16 milioni circa dei programmi HD normali, detti SD). Ah, niente loghi on-screen, circostanza non indifferente, come vedremo di seguito.

Il paragone con i broadcaster tradizionali è impietoso

Rai 1 (che è il canale Rai a cui l’ente di stato riserva la massima qualità) trasmette oggi su DTT con un bit-rate fisso di 6.8 Mbit/sec (Rai 2 ha una media di 5.4 Mbit/s). Sul satellite si va un po’ meglio, con un massimo di 10 Mbit/sec.

Immagini definite solo con contenuti statici

Al di là dei numeri, questo significa che le immagini sono ben definite solo se i soggetti sono statici, oppure se seguono un movimento regolare e unidirezionale. Ma nei film con azione rapida, o effetti quali improvvisi cambi di scena o esplosioni, ecco spuntare inesorabilmente i blocchi di pixel caratteristici del H264. Assente del tutto invece l’HDR.

Non andrà meglio con l’H265/HEVC

E il futuro non fa ben sperare: il passaggio a H265/T2 è visto come un modo di far stare più contenuti (canali) in meno spazio (in conseguenza della sottrazione della banda 700 MHz). E non di aumentare la qualità di visione per i canali esistenti. Le tecnologie di encoding (H265) e broadcasting (T2) più avanzate permetterebbero di competere con gli OT anche tramite il normale digitale terrestre, fornendo maggiore qualità a parità di utilizzo dello spettro radioelettrico.

I broadcaster preferiranno quantità a qualità. Come sempre

Tuttavia, quantomeno in Italia, la scelta sarà quella di trasportare più canali nello stesso spazio, a costo di abbassare ancora la già non eccelsa qualità odierna.

La percezione della qualità visiva e i loghi on screen

La gradevolezza della  visione, spesso dovuta alla qualità delle immagini, è percepita in modo inconsapevole. Ma, come dicevamo, c’è un’altra cosa che tutti possiamo vedere chiaramente. E che è ampiamente utilizzata dai tradizionali broadcaster, ed inesistente negli OT: i loghi on-screen.

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Il fastidio del (inutile) logo sullo schermo

Questi anacronistici indicatori del canale richiedono uno sforzo di cancellazione costante da parte del cervello. Diventando totalmente inaccettabili dopo soli pochi mesi di abitudine alle  immagini pulite degli OTT. Per non parlare dei tasti rossi della HBBTV utilizzato in maniera selvaggia.

La tv lineare si adatti alla regole degli OTT

Come sta accadendo per la musica (rapporto radio/Spotify), anche la tv lineare alla fine cederà le armi, adeguandosi alle logiche degli OTT dello streaming on demand. Soprattutto sulla scorta del fatto che gli utenti mostrano di apprezzarle. (M.H.B. per NL)

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