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DTT. PNAF 2018 per la liberazione della banda 700 MHz: ecco tutti i dettagli (e le criticità)

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PNAF 2018, antenna RAI Milano Sempione

PNAF 2018: mux in banda III (che tale in concreto non è) e soluzioni cerottate più facili da teorizzare che a realizzare.
In attesa dell’esito della consultazione pubblica indetta dal Mise ed i cui esiti si conosceranno dopo il 06/05/2018, sottoponiamo a disamina, con la collaborazione di professionisti di Consultmedia, – struttura di competenze a più livelli in ambito radio-tv (collegata a questo periodico) che ha organizzato un team di supporto della clientela per la transizione al T2 – l’assetto che l’etere tv italiano assumerà all’esito della pianificazione di 10 mux nazionali e 3+1 locali (uno RAI, tendenzialmente regionalizzato con obbligo di must carrier per FSMA locali non altrimenti soddisfatti).
Nel merito, secondo il PNAF 2018 tre delle reti nazionali saranno di tipo 1-SFN con frequenze esclusive per l’Italia, sei di tipo 2-SFN, una di tipo 3-SFN. Quelle locali saranno, come spiegheremo nel prosieguo, opportunamente decomponibili in modo da differenziare la programmazione su base territoriale inferiore all’Area Tecnica (A.T.).PNAF 2018Le frequenze esclusive saranno le UHF 26, 30, 36, 38, 40, 46, 47, che formeranno i 7 network provider primari.
I canali 25 (33 in Liguria e Piemonte), 32, 35 e 48 costituiranno invece l’architrave di tre reti nazionali di secondo livello.
Tra i principali criteri di distribuzione delle frequenze troviamo infatti l’utilizzo, per quanto possibile, di identiche frequenze coordinate sulle aree tirrenica, svizzera ed adriatica (oppure sulle aree svizzera e adriatica al fine di pianificare mux nazionali SFN e k-SFN).PNAF 2018
Ai provider locali il PNAF 2018 prevede che andranno le frequenze coordinate residue, diverse nelle citate tre aree di coordinamento principali, al fine di favorire la decomponibilità geografica. Infatti, tali frequenze, attraverso il formato T2, daranno l’inusuale possibilità di remuxare i contenuti all’interno dell’A.T. (in funzione della disponibilità di risorse coordinate). “In astratto ciò dovrebbe consentire di sopperire alla necessità di taluni FSMA di operare su aree di dimensioni inferiori rispetto a quelle dell’Area Tecnica interessata dall’assegnazione del diritto d’uso”, osserva Giovanni Madaro, del team di supporto di Consultmedia.

I nodi più controversi, ovviamente, saranno costituiti dai cd. “cerotti”, cioè le frequenze di congiunzione delle reti MFN e k-SFN ed il massimo sfruttamento delle risorse scarse, considerato che “il maggior livello di guardia del T2 rispetto al T1 garantirà un reimpiego delle medesime frequenze“, spiega Massimo Rinaldi, ingegnere di Consultmedia, che sta già operando in proiezione dei bandi per le assegnazione. “La separazione geografica oculata dei canali assegnati all’Italia ed impiegati sia per le reti nazionali che per quelle locali prevista dal PNAF 2018 consentirà di realizzare zone “cuscinetto” di estensione sufficiente per ridurre al minimo le interferenze reciproche – continua Rinaldi -. Certo un compito relativamente semplice a livello teorico, ma decisamente sottoposto ad un gigantesco punto di domanda sul piano pratico, considerata l’assenza di precedenti concreti”.


Altri aspetti critici sono costituiti dalla necessità di liberare anzitempo i canali 50, 51 e 52 e dalla ripartizione delle aree tecniche, per la quale sono da mettere in conto necessità di ulteriori diversificazioni di frequenza all’interno delle A.T. dipendenti dai vincoli del coordinamento internazionale.
La roadmap è serrata da gennaio a maggio 2020 e da settembre 2021 a giugno 2022: “Occorre lavorare con la massima solerzia e precisione per evitare la riproposizione dei grandissimi disagi del primo switch-off (quello analogico/digitale) – precisa Rinaldi -. Il problema, manco a dirlo, è soprattutto per i mux che dovranno radicalmente mutare il fulcro dell’irradiazione, per il passaggio dalla banda V alla banda IV o, peggio ancora, dalla UHF alla VHF, visto che in molte aree italiane ormai le antenne in banda III non esistono più oppure molti utenti potrebbero non essere in grado di sostenere un intervento importante da parte degli antennisti, anche considerando gli incentivi governativi”.PNAF 2018“Un aspetto controverso è quello relativo ai criteri di pianificazione del mux RAI VHF III, che tale è solo per definizione, visto che opererà in parte rilevante in UHF. Tale multiplexer dovrà avere una assoluta decomponibilità regionale insieme ad una alta copertura e la relativa pianificazione dovrà consentire la massimizzazione del numero di blocchi coordinati da destinare al DAB+”, osserva l’ingegnere di Consultmedia, che aggiunge: “Ciò comporterà l’utilizzo di molte risorse radioelettriche, soprattutto in aree difficili dal punto di vista radioelettrico”.
Tale multiplexer, stanti i vincoli delle risorse cd. GE06, dovrà necessariamente essere costituito da reti k-SFN regionali e farà riferimento all’uso esclusivo di siti RAI utilizzando, ove possibile, i canali già in esercizio sui principali trasmettitori per minimizzare i disagi per l’utenza.

La tabella parziale che riportiamo è emblematica della difficoltà di questa transizione.
A ciò si aggiunga la scarsità delle frequenze residuate dalla destinazione della banda 700 MHz alle telco per il 5G: è vero che il T2 garantirà il raddoppio della capacità trasmissiva (da 20 Mbit/s a 40 Mbit/s), ma la perdita dei canali dal 49 al 60 UHF non sarà compensata, con effetti conseguenti sull’equilibrio conseguito fino ad oggi dal sistema tv del nostro Paese, che necessariamente dovrà trovarne uno nuovo”, interviene Stefano Cionini, name partner di MCL Avvocati Associati, law firm che gestisce l’Area Legale di Consultmedia.
Consultmedia sta realizzando un documento di riepilogo che sarà distribuito a tutti gli assistiti al fine di acquisire un quadro compiuto della questione per consentire agli operatori di definire le strategie nella direzione dei prossimi due anni, che saranno letteralmente infuocati. (E.G. per NL)

Foto antenne di Floriano Fornasiero

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