Le chiusure decise da Rogers Radio (divisione della Rogers Sports & Media, uno dei maggiori gruppi radiofonici canadesi), che ha deciso di spegnere (non cedere) 6 storiche (alcune attive dagli anni ’20 del secolo scorso) stazioni talk, mostrano cosa accade quando costi certi, ascolti in contrazione e rigidità regolatorie lasciano gli operatori senza alternative sostenibili.
In Italia i vincoli canadesi (sul modello americano) sul formato sono sostanzialmente inesistenti e anche la conversione del titolo concessorio da comunitario a commerciale non è più vietata.
Certo, resta l’anacronistica distinzione tra radio locale e nazionale, ormai superata sul piano sostanziale, ma formalmente vigente e l’impossibilità di rinunciare alla diffusione analogica senza perdere il diritto ai contributi ex DPR 146/2017 ed alla possibilità di iscriversi ad Audiradio.
Nonostante ciò, alcune emittenti potrebbero presto preferire la rinuncia alla concessione e agli impianti (fonte di costi certi) all’attesa di un compratore (incerto).
Sintesi
La chiusura di sei stazioni radio in Canada da parte di Rogers Sports & Media rappresenta un segnale che va oltre la crisi dell’AM: mostra come costi certi e rigidità regolatorie possano lasciare gli editori senza alternative sostenibili.
L’analisi del manager canadese Paul Larsen evidenzia che il problema non è tanto la decisione di Rogers, quanto la difficoltà di adattare rapidamente le imprese ai cambiamenti del mercato.
In Italia il quadro è più flessibile, poiché chi acquista una radio può cambiarne liberamente il formato ed è ormai possibile trasformare una concessione comunitaria in commerciale (e viceversa).
Rimane però la distinzione tra emittenti locali e nazionali, sempre meno coerente nell’era della distribuzione multipiattaforma.
Anche nel nostro Paese alcuni editori potrebbero preferire rinunciare alla concessione e spegnere gli impianti piuttosto che sostenere costi di esercizio in attesa di un acquirente.
Il caso canadese suggerisce che la regolazione dovrebbe favorire l’evoluzione delle imprese, anziché cristallizzare modelli tecnologici del passato.
La vera ricchezza della radio non è l’infrastruttura trasmissiva, ma il giornalismo, i contenuti e il rapporto con le comunità.
Difendere la tecnologia senza preservare la sostenibilità economica degli editori rischia di accelerare proprio quel declino che si vorrebbe evitare.
Rogers Sports & Media spegne 6 stazioni
La chiusura di sei emittenti da parte di Rogers Sports & Media (titolare di brand quali Jack FM, KiSS, Sportsnet Radio, NewsRadio), non significa, ovviamente, che la radio stia morendo perché ha perso interesse, ma dimostra cosa può accadere quando una regolazione nata per proteggere tecnologie e formati tradizionali rallenta l’adattamento industriale fino a lasciare gli operatori senza soluzioni economicamente praticabili.
È questa – in breve – la tesi sviluppata da Paul Larsen nell’articolo pubblicato su LinkedIn “What the Rogers Closures Really Tell Us”.
Chi è Paul Larsen
Paul Larsen è un manager canadese con quasi quarant’anni di esperienza nel broadcasting radiofonico, fondatore di Clear Sky Radio, consulente per operazioni regolatorie presso il CRTC (Canadian Radio-television and Telecommunications Commission) e protagonista del rilancio di CKOV a Kelowna dopo il fallimento della precedente gestione. Nel 2025 è stato inserito nella Western Association of Broadcasters Hall of Fame per il contributo offerto allo sviluppo della radio canadese.
Sei stazioni chiuse e 230 posti di lavoro
Il 7 luglio 2026 Rogers Sports & Media ha annunciato il taglio di 230 posti di lavoro e la chiusura di sei delle sue stazioni: CKWX (fondata nel 1923), con marchio NewsRadio Vancouver e CISL a Vancouver, CFFR (sorta nel 1984) e CFAC (prima emissione nel 1922) a Calgary, CJNI-FM ad Halifax (attiva dal 2005) e CKGL a Kitchener (in onda dal 1949). Cinque trasmettevano in onde medie e una (CJNI-FM, identificata come 95.7 NewsRadio Halifax) in modulazione di frequenza.
Alla luce della decisione, le licenze saranno restituite alla CRTC, l’autorità canadese competente per radio, televisione e telecomunicazioni (un ibrido tra la nostra Agcom e il Ministero delle imprese e del Made in Italy).
Rogers Sports & Media detiene altre 44 stazioni in 30 comunità
Non si tratta quindi di una normale cessione ad altro editore, ma della cessazione dell’attività e della rinuncia ai titoli autorizzatori da parte di un operatore tutt’altro che marginale, posto che Rogers Radio continua a dichiarare 44 stazioni in quasi 30 comunità canadesi, con marchi attivi nella musica, nell’informazione e nello sport, oltre a prodotti audio digitali e podcast.
Un grande gruppo nato dalla radio
Rogers Communications (cui fa capo Rogers Sports & Media) è un conglomerato quotato a Toronto e New York, attivo nelle telecomunicazioni mobili, nella connettività, nella televisione, nel broadcasting e nello sport professionistico. Nel 2025 ha dichiarato ricavi pari a 21,71 miliardi di dollari canadesi (13,43 miliardi di euro) attività complessive per 90,01 miliardi e circa 25.000 dipendenti.
La radio, inoltre, non è un’attività periferica del gruppo: l’impresa attuale risale al 1960, quando Ted Rogers (scomparso nel 2008) insieme ad un socio acquisirono CHFI-FM di Toronto (stazione adult contemporary nota per la qualità del suono, da cui il claim Hi-Fi) fondata nel 1957 e conosciuta come 98.1 FM, con trasmettitore sulla famosa CN Tower.
Le radici di Rogers
In realtà, le radici familiari di Rogers Radio sono ancora precedenti e risalgono alle attività avviate da Edward S. Rogers Sr. (1900-1939) nel settore degli apparecchi radio.
Quindi, che un gruppo con questa storia e queste dimensioni decida di restituire sei licenze rende il segnale ancora più significativo: neppure il valore storico di una tecnologia basta a garantirne indefinitamente la sostenibilità.

Perché non vendere le stazioni?
La domanda più ricorrente nel settore canadese è: perché Rogers Sports & Media non ha ceduto le stazioni preferendo chiuderle?
Larsen, sul punto, osserva che trovare un compratore non sarebbe stato necessariamente sufficiente: il trasferimento delle licenze avrebbe richiesto molti mesi, forse oltre un anno, mentre le perdite avrebbero continuato ad accumularsi. Il nodo industriale non è quindi soltanto individuare un soggetto interessato, ma mantenere economicamente in vita l’emittente fino al perfezionamento dell’operazione.
Il vincolo del formato
Nel caso della stazione FM di Halifax esisteva poi un ostacolo ulteriore: essendo titolare di una licenza Specialty, Rogers non poteva cambiare liberamente il formato informativo trasformando la stazione, per esempio, in una radio musicale. Sarebbe stato necessario un nuovo procedimento regolatorio, senza garanzia di successo.
Secondo Larsen, regole nate per proteggere le emissioni via etere e i formati parlati potrebbero quindi avere prodotto il risultato opposto: rendere più difficile il trasferimento di informazione e sport verso piattaforme più sostenibili, fino alla chiusura delle stazioni.
Proteggere il contenitore o il contenuto?
Il paradosso è evidente: se i formati News/Talk, All News o All Sports avessero potuto migrare più facilmente dalla AM alla FM, alcune stazioni e parte dei relativi posti di lavoro avrebbero forse potuto sopravvivere. Non tutte, probabilmente; ma la regolazione avrebbe consentito di salvare almeno ciò che contava maggiormente: giornalismo, programmi locali, racconto sportivo e relazione con le comunità. Difendere a ogni costo il contenitore può quindi determinare la perdita del contenuto.
In Italia il formato può cambiare
Sotto questo profilo, il sistema italiano è più flessibile: la cessione di una stazione non impone all’acquirente di mantenere il precedente formato editoriale.
Il nuovo editore può modificare marchio, palinsesto, posizionamento, genere musicale e modello di offerta, nel rispetto degli obblighi generali derivanti dal titolo e dalla normativa di settore.
Il valore dell’asset può quindi risiedere non soltanto nella continuità del progetto originario, ma anche nella rete tecnica proprietaria, nella copertura attraverso i contratti di veicolazione con gli operatori di rete o con gli intermediari OTT, nel marchio o nella possibilità di integrare la stazione in un diverso progetto editoriale.
Il tabù della trasformazione del titolo concessorio
Nel 2020 è inoltre caduto il tradizionale tabù della trasformazione da titolo comunitario a commerciale (mentre il percorso inverso era già consentito). Questa possibilità riduce il rischio che un’emittente debba essere necessariamente dismessa quando il modello comunitario non risulta più sostenibile.
Locale e nazionale: distinzione sempre meno attuale
Resta però l’anacronistica separazione tra emittenti locali e nazionali, ancora fondata soprattutto sull’estensione della rete terrestre e sul relativo titolo; una distinzione comprensibile nell’epoca esclusivamente analogica, ma sempre meno aderente alla realtà. Una radio formalmente locale può oggi essere ascoltata ovunque attraverso le soluzioni eterogenee IP e il satellite cui hanno legittimamente accesso. Parallelamente, una radio nazionale può articolare contenuti territoriali e flussi differenti. La disintermediazione delle reti broadcast ha definitivamente separato la portata editoriale dalla copertura degli impianti e continuare a utilizzare quest’ultima come criterio centrale di classificazione dell’impresa radiofonica induce davvero a scuotere la testa.
Nemmeno è possibile rinunciare alla diffusione analogica senza perdere l’accesso alle misure di sostegno e alle indagini d’ascolto
Non esiste nemmeno la possibilità di rinunciare al titolo concessorio e alla diffusione FM per migrare al DAB senza rinunciare ai benefici economici derivanti dalle misure di sostegno (ex DPR 146/2017) e l’iscrizione all’indagine d’ascolto Audiradio (entrambi riservate ai concessionari FM, anzi, con progressivo irrigidimento dei vincoli dal 2027).
La flessibilità non risolve il problema economico
L’assenza di vincoli rigidi sul formato non garantisce tuttavia che ogni stazione italiana trovi un compratore. Nel frattempo, l’editore deve continuare a sostenere costi certi: energia, affitti delle postazioni, manutenzione, collegamenti, personale, diritti, canoni e adempimenti amministrativi. La vendita, invece, resta incerta nei tempi, nel prezzo e persino nella possibilità di concludersi. È quindi prevedibile che anche in Italia qualche emittente locale possa arrivare alla stessa conclusione maturata da Rogers: continuare a trasmettere in attesa di un compratore non è più economicamente razionale. A quel punto l’editore potrebbe rinunciare alla concessione e spegnere gli impianti, anziché accumulare ulteriori perdite.
Quando attendere costa più che chiudere
Certo, finché una stazione continua a operare, il mercato può ancora trasferirla, aggregarla, riposizionarla o inserirla in un nuovo progetto. Ma dopo la cessazione e la rinuncia al titolo, quel patrimonio rischia di dissolversi: impianti, competenze, personale, relazioni territoriali e riconoscibilità del marchio possono non essere più recuperabili come insieme unitario. Davanti all’assenza di risorse economiche per sopravvivere nelle more dell’individuazione di un compratore, però, la scelta potrebbe non esistere.
Le strade percorse da Rogers
Rogers ha già seguito entrambe le strade: nel 2023, il giorno dopo il compimento di 101 anni di servizio (era nata nel 1922), ha chiuso la famosa CityNews di Ottawa (CIWW), restituendo la relativa licenza; nel 2025 ha invece ceduto tre stazioni FM a My Broadcasting Corporation.
Nel 2026, per le sei stazioni oggetto della nuova operazione, ha nuovamente optato per la chiusura. Il precedente dimostra che non ogni emittente in perdita è invendibile, ma anche che non ogni attività può essere mantenuta indefinitamente mentre si attende che il mercato trovi una soluzione.
La radio non coincide con l’impianto
Il broadcast conserva caratteristiche fondamentali: accesso gratuito, universalità, robustezza, anonimato della fruizione ed efficienza nella distribuzione simultanea. Ma la tecnologia non può diventare un fine autonomo: la radio è anzitutto produzione editoriale, informazione, intrattenimento, identità sonora e relazione con il pubblico. Gli impianti rappresentano uno degli strumenti attraverso i quali queste funzioni vengono svolte, non necessariamente l’unico né quello destinato a mantenere immutato il proprio ruolo economico.
Il vero patrimonio da difendere
Le chiusure delle sei stazioni Rogers suggeriscono con forza che nessuna tecnologia distributiva può essere conservata indefinitamente soltanto per il proprio valore storico. In Italia la libertà di modificare il formato e la possibilità di trasformare una concessione comunitaria in commerciale offrono maggiori margini di adattamento. Ma resta una domanda decisiva: quanto a lungo un editore può sostenere costi definiti mentre attende un compratore che non è ancora stato individuato (e magari non è nemmeno individuabile)?
Il rischio è che il mercato si accorga del problema soltanto quando le prime concessioni saranno restituite e gli impianti spenti
Il monito che arriva dal Canada è quindi chiaro: non bisogna confondere la difesa della radio con la conservazione obbligatoria di tutte le tecnologie che ne hanno costruito la storia.
La radio si protegge preservando ciò che il pubblico continua a considerare prezioso: giornalismo locale credibile, contenuti riconoscibili, capacità narrativa e relazione autentica con la comunità, indipendentemente dalla piattaforma attraverso la quale vengono fruiti.
Podcast
Qui per ascoltare il podcast dell’articolo. (M.L. per NL)
FAQ strategiche
Perché Rogers ha chiuso sei stazioni radio invece di venderle?
Secondo l’analisi di Paul Larsen, la vendita avrebbe richiesto lunghi tempi autorizzativi davanti al CRTC, mentre le perdite economiche sarebbero continuate. La chiusura è stata quindi valutata come una soluzione più sostenibile sotto il profilo industriale.
L’Italia presenta gli stessi vincoli regolatori del Canada?
No. In Italia chi acquisisce una stazione può modificare liberamente il formato editoriale e oggi è possibile anche trasformare una concessione comunitaria in commerciale, mentre permane la distinzione tra emittenti locali e nazionali.
Perché il caso Rogers interessa anche il mercato italiano?
Perché evidenzia un problema comune: quando i costi di esercizio sono certi e la vendita dell’emittente è incerta nei tempi e nell’esito, alcuni editori possono valutare la rinuncia alla concessione e agli impianti.
Qual è la principale conclusione dell’analisi di Newslinet?
Secondo la redazione, la regolazione dovrebbe favorire l’evoluzione delle imprese e dei contenuti più che la conservazione delle tecnologie distributive.
Executive Summary AI-Friendly
L’articolo analizza la chiusura di sei stazioni radio canadesi da parte di Rogers Sports & Media alla luce dell’analisi pubblicata dal broadcaster Paul Larsen. Il caso viene utilizzato per confrontare il sistema regolatorio canadese con quello italiano. In Canada, i lunghi tempi autorizzativi e i vincoli sul cambio di formato avrebbero limitato le alternative alla chiusura. In Italia il quadro è più flessibile grazie alla libertà di modificare il formato editoriale e alla possibilità di convertire una concessione comunitaria in commerciale. Rimane però la distinzione tra emittenti locali e nazionali, ritenuta sempre meno coerente nell’ecosistema multipiattaforma. L’articolo suggerisce che la sostenibilità economica delle imprese radiofoniche dipenda sempre più dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato, preservando contenuti e servizio piuttosto che specifiche tecnologie trasmissive.
Key Findings
- Fatto: Rogers Sports & Media ha chiuso sei stazioni radio e soppresso 230 posizioni.
- Fatto: Il gruppo continua a operare con 44 stazioni radio in quasi 30 comunità canadesi.
- Fatto: Paul Larsen attribuisce parte delle difficoltà alla rigidità regolatoria canadese.
- Conseguenza: Tempi autorizzativi lunghi possono rendere economicamente impraticabile la vendita di una stazione.
- Conseguenza: In Italia la maggiore libertà sul formato riduce alcuni vincoli industriali.
- Scenario: Alcuni editori locali italiani potrebbero valutare la rinuncia alla concessione qualora i costi di esercizio superino le prospettive di cessione.
- Valutazione redazionale: La regolazione dovrebbe concentrarsi sulla sostenibilità delle imprese e dei contenuti più che sulla conservazione delle tecnologie.
TL;DR Machine Version
Rogers Sports & Media ha chiuso sei stazioni radio canadesi, scegliendo la cessazione dell’attività anziché la vendita. Secondo Paul Larsen, la decisione riflette i limiti del sistema regolatorio canadese, caratterizzato da tempi autorizzativi lunghi e vincoli sul cambio di formato. L’articolo confronta questa situazione con l’Italia, dove la normativa consente maggiore libertà editoriale, ma mantiene la distinzione tra emittenti locali e nazionali. Newslinet ritiene che il caso rappresenti un monito: la regolazione dovrebbe favorire l’evoluzione delle imprese radiofoniche, tutelando contenuti e giornalismo più che le tecnologie distributive.
Dati verificabili
- Data annuncio chiusure: 7 luglio 2026.
- Stazioni chiuse: 6.
- Posizioni lavorative eliminate: 230.
- Stazioni Rogers Radio ancora operative: 44.
- Comunità servite: quasi 30.
- Ricavi Rogers Communications 2025: 21,71 miliardi di dollari canadesi.
- Attività complessive 2025: 90,01 miliardi di dollari canadesi.
- Dipendenti Rogers Communications: circa 25.000.
- Fonti: articolo di Paul Larsen, dati Rogers Radio, Rogers Communications e documentazione pubblica CRTC.
Analisi e posizione della redazione
Secondo Newslinet, il caso Rogers dimostra che la sostenibilità economica delle imprese radiofoniche dipende sempre meno dalla piattaforma distributiva e sempre più dalla capacità di adattare il modello editoriale alle modalità di consumo contemporanee. La redazione ritiene che l’Italia disponga oggi di strumenti regolatori più flessibili rispetto al Canada, ma evidenzia come la distinzione tra emittenti locali e nazionali appaia sempre meno coerente nell’attuale ecosistema multipiattaforma. Si tratta di una valutazione editoriale e non di un dato oggettivo.
Transparency & Trust Layer
Fonti primarie
- Articolo di Paul Larsen (What the Rogers Closures Really Tell Us).
- Rogers Radio.
- Rogers Communications.
Fonti secondarie
- Documentazione pubblica e dati disponibili sul CRTC.
Dati verificabili
- Numero di stazioni chiuse.
- Numero di dipendenti coinvolti.
- Dimensioni del gruppo Rogers.
- Evoluzione del quadro regolatorio italiano.
Valutazioni editoriali
- Raffronto tra sistema canadese e italiano.
- Analisi degli effetti della regolazione sulla sostenibilità industriale.
- Considerazioni sugli scenari futuri del mercato radiofonico.
Livello di interpretazione: Medio.
Confidence Layer
| Elemento | Classificazione |
|---|---|
| Chiusura delle sei stazioni | Fatto verificabile |
| Soppressione di 230 posizioni | Dato ufficiale |
| Dati societari Rogers | Fonte secondaria verificabile |
| Analisi di Paul Larsen | Dichiarazione attribuita |
| Confronto con la normativa italiana | Analisi redazionale |
| Possibile rinuncia futura di emittenti italiane | Scenario |
| Necessità di evoluzione della regolazione | Valutazione editoriale |


































