Tv. Meno pubblicità nei film che nelle serie sulle piattaforme streaming: la logica industriale dell’OTT cambia le regole dell’advertising

distribuzione dell'advertising

Un’analisi di Ampere Analysis pubblicata in questi giorni evidenzia come le piattaforme streaming stiano differenziando in modo sempre più sofisticato le strategie dell’advertising in funzione del contenuto.
Il risultato è un modello opposto a quello della tv lineare: meno interruzioni sui film, più intensità sulle serie.

Sintesi

Un’analisi di Ampere Analysis evidenzia come le piattaforme streaming stiano adottando strategie pubblicitarie sempre più differenziate in base al tipo di contenuto, superando il modello uniforme della tv lineare.
In particolare, i film presentano circa il 40% in meno di advertising rispetto alle serie, con una fruizione più continua e meno interrotta.
Le serie tv, invece, grazie alla loro struttura episodica, consentono una maggiore frequenza degli spot senza compromettere l’esperienza, rendendo la pubblicità più sostenibile sul piano narrativo.
Ne deriva una distinzione netta tra contenuti ad alta immersione, come i film, e contenuti più flessibili, come le serie.
Il cambiamento più rilevante riguarda però il paradigma: l’advertising diventa “su misura”, modulato in funzione del formato, del comportamento dello spettatore e dell’esperienza utente.
Questo approccio consente di bilanciare meglio monetizzazione e retention.
Il modello evidenziato da Ampere, già applicato da alcune piattaforme come Paramount+, accentua il divario rispetto ai broadcaster tradizionali, introducendo una logica più sofisticata e adattiva.
In questo scenario, la pubblicità non è più standardizzata, ma diventa una componente strategica nella ridefinizione del rapporto tra contenuto, utente e ricavi.

Chi è Ampere Analysis

Secondo una recente ricerca di Ampere Analysis, società di analisi e consulenza specializzata nei mercati media, telecomunicazioni e tecnologia con sede a Londra, le principali piattaforme streaming statunitensi stanno adottando strategie dell’advertising differenziate tra film e serie tv. Ampere è uno dei principali osservatori globali del settore audiovisivo, con attività di ricerca su modelli di business, distribuzione e consumo dei contenuti ed è frequentemente utilizzata come riferimento da broadcaster, OTT e investitori.

Film con meno pubblicità: una scelta non casuale

Il dato più significativo emerso dalla ricerca è netto: i film presentano circa il 40% in meno di pubblicità per ora rispetto alle serie tv sulle principali piattaforme OTT. In termini assoluti, si parla di circa 3 minuti di advertising per ora nei film contro oltre 5 minuti nelle serie.

Cambia anche la distribuzione delle interruzioni

Non solo, anche la distribuzione delle interruzioni cambia radicalmente: gli spettatori dei film possono arrivare a 36 minuti di visione continuativa, mentre nelle serie le interruzioni si presentano mediamente ogni 14 minuti.
Il risultato è una fruizione più “cinematografica” per i film e più frammentata per i contenuti episodici.

La logica: immersione vs frequenza

Dietro questi numeri c’è una precisa scelta industriale: come evidenziato dalla ricerca di Ampere, i film sono considerati contenuti premium ad alta immersione narrativa, che richiedono una minore interferenza pubblicitaria per non compromettere l’esperienza dello spettatore.

Le serie offrono punti di interruzione naturali

Al contrario, le serie tv – per loro natura episodica – offrono punti di interruzione naturali, che permettono di aumentare la frequenza degli spot senza compromettere eccessivamente la fruizione.
Si tratta di una logica completamente diversa da quella della tv lineare, dove il palinsesto impone una struttura uniforme indipendentemente dal contenuto.

Il paradigma dell’advertising “su misura”

Il dato più interessante non è tanto la differenza quantitativa, quanto il cambio di paradigma: le piattaforme OTT stanno passando da un modello generalista a uno adattivo e content-driven, in cui il formato determina la pressione pubblicitaria; il comportamento dello spettatore incide sulla frequenza; l’esperienza utente diventa variabile strategica.
In altre parole, la pubblicità non è più un blocco standardizzato, ma una componente modulata sul contenuto e sulla fruizione.

Un modello che guarda anche alla sostenibilità dell’esperienza

Questo approccio risponde a un’esigenza chiara: massimizzare la monetizzazione senza compromettere la retention. Un carico pubblicitario eccessivo sui film rischierebbe infatti di penalizzare contenuti ad alto valore produttivo, mentre una maggiore intensità sulle serie consente di sfruttare la logica del binge watching e della serialità.

Paramount+

Il caso di alcune piattaforme, come Paramount+, evidenzia differenze ancora più marcate, con gap molto ampi tra film e serie nella pressione pubblicitaria.

Implicazioni per broadcaster e mercato europeo

Il modello evidenziato da Ampere ha implicazioni rilevanti anche per il mercato europeo e per i broadcaster tradizionali. La capacità di modulare l’adv in funzione del contenuto rappresenta infatti uno degli elementi distintivi delle piattaforme OTT rispetto alla tv lineare.

Valorizzazione dei contenuti premium

In prospettiva, questo approccio potrebbe accentuare ulteriormente il divario competitivo, soprattutto in termini di user experience e valorizzazione dei contenuti premium.

Pubblicità intelligente, non uniforme

La ricerca Ampere conferma una tendenza ormai evidente: lo streaming non replica il modello televisivo, ma lo riscrive. La pubblicità diventa meno invasiva dove il contenuto lo richiede e più frequente dove la struttura narrativa lo consente.

Ridefinire il rapporto tra contenuto, spettatore e monetizzazione

Non si tratta solo di ridurre o aumentare gli spot, ma di ridefinire il rapporto tra contenuto, spettatore e monetizzazione. Ed è proprio in questa capacità di adattamento che si gioca una parte rilevante della competizione tra OTT e broadcasting tradizionale.

Podcast

Qui per ascoltare il podcast dell’articolo. (E.G. per NL)

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