Oggi, 13 febbraio 2026 si celebra la Giornata mondiale della Radio 2026 e, come ogni anno, il settore coglie l’occasione per ribadire il ruolo centrale del mezzo nell’informazione e nell’intrattenimento.
Quest’anno, però, la ricorrenza si intreccia con un tema industriale cruciale: la presenza della radio (NB, non dell’autoradio!) nelle automobili di nuova generazione.
Sintesi
Il 13 febbraio 2026 si celebra la Giornata Mondiale della Radio 2026, quest’anno intrecciata al tema cruciale della presenza della radio – non dell’autoradio! – nelle auto di nuova generazione.
Sul punto, Confindustria Radio Televisioni ha lanciato la campagna #RadioInAuto per garantire l’accessibilità dei servizi broadcast FM e DAB+ nei nuovi modelli.
Il punto di partenza è un contesto cambiato: i sistemi di infotainment chiusi e basati su ecosistemi IP rischiano di marginalizzare la radio tradizionale.
Eppure i numeri restano rilevanti: secondo Audiradio, 35 milioni di ascoltatori al giorno in Italia, 26 milioni in auto.
Il nodo, però, non è se la radio debba restare in auto, ma come debba farlo.
Difendere il solo broadcast come fortino rischia di ignorare la transizione verso un modello integrato con l’IP e creare tensioni con l’industria automobilistica, che degli editori è stata fino a qualche anno fa storico alleato (per comunanza di interessi).
Le connected car stanno ridefinendo la radio come servizio dati, grazie a metadatabase e piattaforme digitali integrate.
Come accaduto alla TV lineare con le piattaforme OTT, il pubblico sceglie la semplicità, non la tecnologia.
La vera sfida, semmai, è la prominence: un tasto Radio evidente sul dashboard e liste SIG geolocalizzate imposte agli aggregatori, di cui almeno uno deve essere integrato di serie.
Il futuro si gioca sull’accesso immediato e sull’icona in evidenza, non sull’obbligo del ricevitore. Anche se gli editori non sembrano capirlo.
Giornata mondiale della Radio 2026 e campagna #RadioInAuto
Il 12 febbraio, alla vigilia della ricorrenza, Confindustria Radio Televisioni ha lanciato la campagna #RadioInAuto, con l’obiettivo dichiarato di richiamare l’attenzione di pubblico, istituzioni e industria automotive sulla necessità di garantire la piena accessibilità della radio analogica (FM) e digitale (DAB+) – in tutti i modelli di auto.
Lo scenario (mutato)
Lo scenario evocato è noto: sistemi di infotainment sempre più chiusi, dashboard digitali dominate da ecosistemi proprietari e interfacce che rischiano di relegare la radio tradizionale in menu secondari o, in prospettiva, di marginalizzarla a favore di servizi esclusivamente IP non radiofonici.
Disintermediazione estrema
Una condizione portata all’estremo dai sempre più frequenti casi di eliminazione tout court dell’autoradio (sostituita da collegamento bluetooh) motivata dalla libera scelta dell’acquirente di ridurre i costi.
Il punto di partenza
Il punto di partenza – secondo Confindustria Radio Tv – è solido. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’indagine sull’ascolto Audiradio, 35 milioni di persone ascoltano quotidianamente la radio, 26 milioni (quindi la stragrande maggioranza) delle quali in automobile. L’auto resta – pertanto – il primo ambiente di fruizione e, di conseguenza, il luogo dove si gioca una partita decisiva per la sostenibilità del mezzo.
Servizio gratuito, ubiquo, resiliente
La radio, secondo questa prospettazione, è servizio gratuito, ubiquo, resiliente anche in situazioni di emergenza e riconosciuto come servizio di interesse generale (SIG).
Narrativa non sempre realistica
La narrativa è coerente ed astrattamente non contestabile, anche se meno realistica di quel che si vorrebbe, considerato – per esempio – che in situazione di emergenza (calamità) con down della connettività, tutte le stazioni DAB sarebbero inattive perché i mux (al pari di quelli DTT) ricevono le contribuzioni dagli studi via IP, come spesso avviene anche per i collegamenti ai diffusori FM (senza considerare che addirittura molte stazioni hanno playout in cloud).

La questione, tuttavia, non è se la radio debba restare in auto: il nocciolo è come
Negli ultimi anni questo periodico ha analizzato con attenzione la trasformazione dell’ecosistema automotive: FM, DAB+ (così come il DTT) non sono il futuro, ma il tempo necessario per costruirlo (come titolava un nostro pezzo risultato particolarmente letto), evidenziando come il broadcast non possa essere concepito come un fortino da difendere, bensì come una fase di transizione verso un modello integrato, capace di convivere e dialogare con l’IP (prima di essere inevitabilmente sostituto da esso).
La radio come servizio dati prima ancora che come segnale
Allo stesso modo, l’approfondimento di NL su Gracenote e Nielsen ha messo in luce il ruolo crescente dei metadatabase nelle connected car, con brand come Toyota, Ford, GM, Audi, Hyundai, Volvo, Mazda e Polestar che stanno ridefinendo la radio come servizio dati prima ancora che come segnale.
Il rischio dell’errore dei televisivi
Il rischio concreto, oggi, è che il comparto radiofonico cada nello stesso errore già compiuto da molti broadcaster televisivi: sottovalutare il cambiamento delle abitudini degli utenti. La televisione lineare, nella sostanziale indifferenza iniziale degli editori, aveva infatti lasciato spazio alle piattaforme video on demand, fino a ritrovarsi progressivamente confinata nel recinto dell’informazione, dello sport live e dell’approfondimento, con fiction sempre più orientate a un pubblico anziano.
Il pubblico non sposa la tecnologia, ma la spemplicità d’accesso
La lezione è chiara: il pubblico non difende una tecnologia, ma sceglie la soluzione più semplice.
Il dito e la luna
Limitare l’attenzione pubblica all’obbligo del ricevitore FM/DAB sulle nuove auto – tema già oggetto di tensioni a livello europeo, come ricordato qui nel caso dello stop UE alla proposta italiana – significa concentrare l’attenzione sull’hardware, non sulla user experience.
Un solo gesto
Eppure l’utente medio non distingue tra FM, DAB o IP: ciò che conta è trovare il contenuto in modo immediato, con un solo gesto.
Prominence
Il vero nodo strategico, dunque, non è la mera presenza del ricevitore, ma la prominence. Un tasto unico Radio sul dashboard, chiaramente identificabile, con una lista predeterminata di emittenti qualificate come SIG (Servizi di Interesse Generale) in evidenza per territorio – secondo criteri condivisi e geolocalizzati – rappresenterebbe un obiettivo molto più coerente con l’evoluzione del mercato. In altri termini: presidiare l’interfaccia, non il chip.

L’auto si muove
Nel frattempo, l’industria automobilistica sta stringendo accordi che raccontano una direzione diversa. L’intesa tra Stingray (nuova titolare dell’importante aggregatore TuneIn) e Mercedes-Benz, è emblematica: le piattaforme digitali vengono integrate nativamente nei sistemi di bordo, mentre la radio tradizionale rischia di essere una delle tante opzioni.
Farsi nemico lo storico alleato
In questo contesto, insistere esclusivamente sulla difesa dell’autoradio potrebbe trasformare un potenziale alleato – l’automotive – in un interlocutore contrapposto.
Iconizzare
Una strategia alternativa, più aderente alla realtà, sarebbe quella di negoziare la presenza strutturale – e in evidenza – di un’icona radiofonica sul dashboard, al pari di quanto avviene spesso con Spotify. Un’icona che, oltre a integrare eventuali servizi broadcast presenti, rimandi almeno a un aggregatore di flussi streaming radiofonici preinstallato di serie, vincolato alle liste SIG ed a criteri di prominence territoriale.
Visibilità
In questo modo si garantirebbe la visibilità dell’offerta editoriale nazionale e locale anche nel caso di modelli privi di ricevitori tradizionali broadcast.
Guardare oltre l’autocelebrazione
La Giornata Mondiale della Radio 2026 dovrebbe allora essere non solo un momento celebrativo, ma un’occasione di realismo industriale. La radio in auto non è minacciata dalla tecnologia in sé, ma dalla perdita di centralità nell’interfaccia. Il futuro non si gioca tra FM/DAB+ e IP, ma tra invisibilità ed accesso immediato.
Battaglia di retroguardia
Se la campagna #RadioInAuto riuscirà a spostare il dibattito dalla difesa della tecnologia alla governance della user experience, avrà colto nel segno. In caso contrario, il rischio è quello di combattere una battaglia di retroguardia, mentre il mercato – come già accaduto in televisione – avanza lungo direttrici che non attendono chi resta fermo a presidiare il passato. (M.L. per NL)
































