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Freno sul DAB+: vogliamo dirla tutta una volte per tutte?

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Torna di attualità il DAB, a seguito di un comunicato di protesta del sindacato Aeranti-Corallo, che lamenta come le emittenti radiofoniche locali siano tagliate fuori dall’avvio delle trasmissioni radiofoniche terrestri numeriche via etere. “Molte autovetture di nuova produzione vengono fornite con autoradio dotate di funzionalità per la ricezione radiofonica digitale terrestre DAB+”, evidenzia l’ente esponenziale, che ricorda poi che “la Legge di Bilancio 2018 prevede, tra l’altro, che i ricevitori radio venduti dal 1° gennaio 2019 dai produttori di distributori al dettaglio debbano consentire la ricezione radiofonica digitale” e che “dal 1° gennaio 2020 tale obbligo viene esteso agli apparecchi venduti ai consumatori”.
Le frequenze disponibili, secondo il sindacato, sono, tuttavia, “assolutamente insufficienti per l’avvio della nuova tecnologia da parte di tutti i soggetti operanti in analogico (concessionaria pubblica, radio nazionali private, radio locali) e, ad oggi, mentre la radiofonia nazionale opera in vaste aree del Paese, l’emittenza locale può operare solo in alcune zone limitate”.

“L’Agcom, con delibera n. 465/15/CONS, ha suddiviso il territorio italiano in 39 bacini per il servizio radiofonico digitale terrestre. Allo stato, tuttavia, sono state pianificate le frequenze in solo 16 di tali 39 bacini e la relativa assegnazione, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, è avvenuta in solo 10 di tali 16 bacini. Nei rimanenti 29 bacini l’emittenza locale non ha, ad oggi, la possibilità di trasmettere in digitale. La recente delibera Agcom n. 290/18/CONS, con la quale è stato approvato il nuovo piano delle frequenze per la tv digitale terrestre (PNAF 2018), è intervenuta anche nel settore radio, riducendo ulteriormente gli spazi per il DAB+”, puntualizza Aeranti-Corallo.
“Le radio locali, nel mercato analogico, hanno circa il 40 per cento degli ascolti e della raccolta pubblicitaria. Vi sono alcune regioni in cui una radio locale è la prima negli ascolti. Tuttavia, a causa della scarsità delle frequenze l’emittenza locale non può accedere a tale tecnologia in molte aree del Paese dove invece le radio nazionali stanno operando”, continua l’associazione.

Inoltre, la recente delibera Agcom n. 290/18/CONS non ha previsto alcune frequenze già assegnate in alcuni bacini (come ad esempio in Toscana, in Umbria e in provincia di Trento) e ha ridotto gli spazi, già esigui, per la radio digitale, prevedendo una sola frequenza con copertura regionale in molte regioni (come ad esempio Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Toscana, Umbria, Lazio, Marche, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria). Le imprese che non potranno operare fin da subito in digitale matureranno un incolmabile ritardo rispetto a quelle che già vi operano, con grave pregiudizio in termini concorrenziali”, conclude il comunicato del portatore di interessi diffusi, annunciando che “Per tale motivo molti operatori di rete radiofonica DAB+ in ambito locale facenti parte del sistema associativo Aeranti-Corallo hanno proposto ricorso al TAR Lazio chiedendo l’annullamento della delibera Agcom n. 290/18/CONS nella parte in cui la stessa prevede le frequenze per la radiofonia digitale terrestre”.

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Vogliamo però dirla tutta, una volta per tutte?
Chi frena il DAB+ è in gran parte la stessa emittenza radiofonica: i nazionali, infatti, stanno bene così, in un regime formalmente transitorio di sperimentazione infinita che impedisce il proliferare di concorrenza, mentre le piccole emittenti non hanno interesse per il digitale via etere e nemmeno hanno risorse finanziarie da destinarvi, sicché difendono a denti stretti gli asset FM, spesso loro unico valore patrimoniale in un contesto dove il contenuto editoriale e la struttura commerciale appaiono marginali.
A metà strada, molte delle grandi emittenti locali le riserve economiche per lo sviluppo del DAB+ le avrebbero anche, ma preferiscono destinarle ad altre soluzioni digitali più immediate, come gli smart speaker, la digital adv, gli aggregatori (verso i quali i player nazionali hanno recentemente dato una forte sterzata) e, soprattutto, la visual radio.
In definitiva, gli unici sostenitori del DAB+ tra gli operatori sono poche emittenti locali che concretamente credono alla multipiattaforma (o alla hybrid radio, se preferite), ma che, nel complesso, difficilmente riusciranno a sgretolare l’indifferenza verso il digitale radiofonico via etere, anche in considerazione del muro di gomma edificato da regolatore e legislatore.
Veramente c’è qualcuno pronto a credere che Agcom e Mise, sottoposti al fuoco incrociato nella guerra per il Piano Nazionale di Assegnazione delle Frequenze 2018 tra telco (svenate da una gara per le frequenze per il 5G per la quale si sono impegnate a sborsare la somma record di 6,5 miliardi di euro) e player tv nazionali (contrari alla gestione delle risorse frequenziali residue dopo la privazione della banda 700 MHz), abbiano intenzione di ritagliare ulteriori fettine della (ormai piccola) torta frequenziale per il DAB prima del 2022?